“Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi è come se fermasse l’orologio per risparmiare il tempo.” (Henry Ford). 

La pubblicità è l’anima del commercio.

Sono aforismi e modi di dire che chiunque conosce. Eppure, in questi periodi di crisi, è spesso la prima voce che le aziende tagliano. Inutile dire che i dati confermano sempre che abbandonare la pubblicità è un passo decisamente negativo per la durata di un’attività.

Se si apre un oleificio non si può dire “magari risparmio e non compro un frantoio”. Nello stesso modo un imprenditore deve accettare che la pubblcità nel mondo moderno è parte integrante e non opzionale per la riuscita di un business.

La pubblicità esiste in forma similare fin dai tempi delle scritte sui muri e nei bar di Pompei, ma diventa un mestiere con l’inizio della rivoluzione industriale. Il primo esempio è forse un annuncio stampato nel 1479 da William Caxton (tipografo inglese di cui esiste tutt’ora il carattere tipografico, font ononimo) per avvertire (advertising) la pubblicazione di libri.

Nella seconda metà dell’800 abbiamo poi una diffusione della pubblicità tramite i quotidiani e i manifesti, spesso di natura artistica come quelli di Tolouse-Lautrec. E nel 1904 fecero scandalo i fotogrammi pubblicitari dello champagne “Moet et Chandon” realizzati da uno dei fratelli Lumiere, durante un film.

Solo dopo gli anni ’50 la pubblicità diventa una professione moderna, ma ancora oggi in fase di evoluzione e in continuo assestamento.

Vediamo anche qualche dato. Nonostante la crisi, infatti, il mercato della pubblicità è stabile e in crescita. Si parla di un investimento di 500 miliardi di dollari a livello mondiale, 8 miliardi di euro in Italia, di cui il 27% riguarda le nuove forme di pubblicità (virale, social, siti web, mailing list ecc.).

Queste nuove forme di pubblicità sono in crescita, perchè a differenza della pubblicità “tradizionale”, portano il target a un’azione diretta. (dati 2016)

Per essere più chiari, i manifesti stradali devono solo incuriosire, hanno pochi secondi di reattività da parte del cliente, quindi non serve mettere lunghi testi o istruzioni (errore ancora diffuso tra i clienti che lo richiedono), ma deve solo affascinare, agganciare, emozionare il target. Cosi come la pubblicità tradizionale in genere. Senza emozione, non c’è pubblicità. E ancora questo tipo di pubblicità funziona.

La pubblicità multimediale invece può creare un’azione immediata e il classico caso è quello dell’sms che arriva nel cellulare e offre uno sconto con scadenza in pochi giorni, presentando il messaggio. Anche se bisogna stare attenti all’invadenza di queste operazioni.

È comunque in crescita (dati 2016) anche la pubblicità televisiva (7,8%) e quella sui periodici, radio, cinema. Se in questi periodi di crisi il trend è positivo se ne può dedurre una cosa: la pubblicità è utile e serve.

Ma cosi come un marchio sbagliato può far partire male un’azienda, anche la pubblicità va studiata in modo professionale e con mille attenzioni. Decidere quali media, come utilizzarli, come studiare il messaggio. Saper produrre un buon olio, conoscere i propri clienti, non significa saper fare pubblicità.

 

Perché investire in pubblicità
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